lunedì 30 novembre 2009

Claudio Rocchi - Il volo Magico N° 1 (Ariston/Vynil Magic 1971)


Ho sempre ascoltato poco la musica italiana per i seguenti motivi: troppe vocali che spingono la voce in stucchevoli refrain, assenza quasi totale di rocker con la R maiuscola, e nell' oscurità delle band minori putiferio marmelloso di progressive e niente vera psichedelia...ma, mi sbagliavo. Qualcosa c'è, e forse ce ne sarà anche altro ed io ne ignoro l' esistenza (quindi vi prego fate luce). Questo qualcosa si chiama "Il volo magico" e l' artista che ne ha dato la genesi è tal Claudio Rocchi. Niente chitarroni distorti o fuzz a fondo scala,no no, troppo facile fare così..il quadretto presentato è per la maggior parte tutto acustico.
La prima volta che ho sentito Il volo Magico, soprattutto gli 11 minuti del pezzo omonimo, ho stentato a credere si trattase di un italiano..forse un pò troppo stucchevole nei testi marcatamente spiritual-pacifisti ma così fresco nella musica facendo apparire tutto come una session improvvisata.
Cladio Rocchi di Milano è il bassista degli Stormy Six alla fine dei 60 con i quali registra (e compone la maggior parte dei pezzi) il disco "Le idee di oggi per la musica di domani". Poi, lascia la band trovandosi in disaccordo per la virata politica intrapresa dal gruppo. La sua carriera solista inizia con il disco "Il viaggio". Ma è "Volo Magico N° 1", suo secondo disco, che definisce meglio la sua linea originale.
Per maggiori notizie vi rimando alla pagina di Wikipedia che lo riguarda
QUI
Nel disco a suonare la chitarra c'è Alberto Camerini..chi si ricorda "Tanz Bambolina" ?..guardatevi questo..certo il Camerini qui presente è un gocciolino diverso eh?..
Vabbè vabbè..bando alla ciance..ascoltatevi questo dischetto e ditemi un pò che ne pensate.


band
Claudio Rocchi - voce, cori, chitarre, effetti sonori elettronici.
Alberto Camerini e Ricky Belloni - chitarre elettriche, chitarre acustiche. Eno Bruce - basso.
Eugenio Pezza - pianoforte, tastiere. Lorenzo Vassallo - percussioni, batteria.
Donatella Bardi - voce, cori.

1. Volo magico n°1
2. La realtà non esiste
3. Giusto amore
4. Tutto quello che ho da dire



domenica 29 novembre 2009

Rhinoceros - Rhinoceros (Elektra 1968)




Io sono cresciuto con il mito della Elektra Records. È stata la prima etichetta che mi ha stregato, sicuramente perché ero e sono un fan dei Doors. Quel logo fatto a "E" sopra i dischi della band di Los Angeles è sempre stato un marchio fascinoso e solenne. Tutti gli artisti che registravano per Elektra li ho poi comprati a busta chiusa, mi fidavo di chi ci stava dietro, e ho fatto bene.
Ma chi ci stava dietro ?..beh il nome che leggevo sempre era questo misterioso Paul Rotchild, produttore dei Doors e scova talenti dei 60. Paul è figlio di un uomo d' affari brittanico e di una cantante lirica della East Coast e grazie al successo avuto con i dischi dei Doors gli fù dato ampio margine, artistico ma soprattutto economico, per ulteriori progetti. L' uomo che gli permise tutto questo era il boss dell' etichetta, Jack Holzman. Jack fondò l' Elektra negli anni 50 specializzandola con il genere folk, ma negli anni 60 questa casa di produzione diventò fulcro del nuovo panorama rock.

Il progetto più ambizioso per Paul fù senza dubbio il 'super-gruppo' dei Rhinoceros. Nella band riuscì a raccogliere tutti i migliori (secondo il suo parere) musicisti della nuova corrente, si fece per così dire un gruppo quasi per se, realizzato grazie all' assenza di pressioni economiche e all' aiuto di un prezioso collaboratore, tal Barry Friedman, meglio conosciuto come Frazier Mohawk. Chi era costui ? Era l' uomo che aveva aiutato Stephen Stills a mettere insieme i suoi Buffalo Springfield e produttore poi nella primavera del 1967 dell' esordio discografico dei Kaleidoscope (naturalmente stò parlando dei Kaleidoscope americani).
Dulcis in fondo, questi due signori riunirono tutti i prescelti per la band in un summit a base di acido sulle colline dietro Los Angeles. L' evento teoricamente doveva creare un legame più spirituale all' interno della band. Secondo me, un gruppo deve nascere dalle canzoni scritte insieme o da uno o più leader, l'idea di creare una band a tavolino non è vincente, anche se i partecipanti sono validissimi. E forse è prorpio per questo che i Rhinoceros non hanno avuto quel successo sperato.
Nel disco però ci sono dei pezzi magnifici tipo Apricot Brandy e Same Old Way.
Ascoltatelo e ditemi che ne pensate..
Ultima cosa, non aspettatevi psichedelia dura. la psichedelia c'è ma in modo soft, qui siamo principalmente in terreno funky rhythm'n'blues con tanto riverberone che piace a me!
Buon Ascolto.



RHINOCEROS (1968)

1. WHEN YOU SAY YOU'RE SORRY (Gerber)
2. SAME OLD WAY (Finley)
3. APRICOT BRANDY (Weis/Fonfara)
4. THAT TIME OF THE YEAR (Gerber)
5. YOU’RE MY GIRL (I Don’t Want To Discuss It) (Cooper/Beatty/Shelby)
6. I NEED LOVE (Williams)
7. I'VE BEEN THERE (Gerber/Finley)
8. BELBUEKUS (Weis/Finley)
9. ALONG COMES TOMORROW (Gerber)
10. I WILL SERENDADE YOU (Finley)

Produced By PAUL A. ROTHCHILD

JOHN FINLEY – Vocals
ALAN GERBER – Vocals.Piano
DANNY WEIS – Guitar, Piano
DOUG HASTINGS – guitar
MICHAEL FONFARA – Organ, Piano
JERRY PENROD – Bass
BILLY MUNDI – Drums, Percussion




venerdì 27 novembre 2009

Patty Smith - Radio Ethiopia (Arista 1976)






INTRO - Ancora New York. Negli anni settanta c'è un locale che più di tutti da voce ad un urlo ribollente di una generazione eccitata. Il Cbgb's. Lontana dal concetto di quella precedente, farcita di buone vibrazioni e impegno sociale, questa generazione è figlia legittima della cricca Velvet-Factory-City lights. La nuova corrente viene chiamata new-wave, oppure punk, meglio ancora dire rock'n'roll. Da questo fermento scaturisce una forma di rock esistenziale, di natura urgente e poetica. Insieme alla semplicità e sfrontatezza delle chitarre elettriche i gruppi del Cbgb's mescolano il lato romantico e filosofico della vita nella metropoli, e più in generale dell' animo umano.



PATTY - Fin da piccola predisposta alla ricerca di messaggi rivelatori da trasmettere agli altri intreccia l' amore per la parola scritta, in special modo la poesia, con l' impulso ribelle del rock. Inizia la sua 'carriera' artistica con il fedele chitarrista e compositore Lenny Kaye, nonché archivista e super esperto di oscuro rock americano (sua la popolare raccolta Nuggets) eseguendo readings di poesie accompagnati da musica. Dopo poco tutto questo sfocia nel più amplificato e qualificato Patty Smith Group.
I primi dischi sono davvero tutti molto belli e per amore personale alzo la mano sul secondo, Radio Ethiopia, successore del capolavoro d' esordio che è Horses.
Con un inizio graffiante del riff di Ask the Angel si viene subito catapultati nel secco e vellutato suono della band. Le interpretazioni vocali della signora, allora signorina, Smith sono tutte toccanti e ricche di pathos. Passa dalla maestosità di timbro al singhiozzo vitale e riesce a creare un forte energia tutta sua. Patty Smith non è certo un artista che ha dovuto modellare la bravura nel corso dei suoi dischi, fin da subito tutto è francamente perfetto. Voce, parole, ritmo e melodia. Senza ostentazioni, ma bensì carico di urgenza essenziale il suono è unico e distinguibilissimo.
Secondo pezzo. Si passa a Ain't it strange, una marcia nebbiosa a tratti arrabbiata con quel cambio di tonalità nel centro-canzone, di un tono sopra che fa scorrere brividi di gioia e sudore freddo a chi ascolta.
Poi scivola intimo l' inizio di Poppies con sussuri e risa. Patty inizia a cantare quando il pezzo si trasforma piano piano in un funky stralunato, poi la sua voce si sdoppia ed entriamo in un terreno quasi onirico. È una mezza stregha.
Pissing in a River è una ballata malinconica che emoziona per intensità. Patty è meravigliosa e la sua voce penetra dentro al corpo sonoro della band affiatata e impeccabile. Si, il Patty Smith Group in questa prima formazione è davvero brillante e ricco e mai pomposamente prolifico di note non necessarie. Ecco l' essenzialità punk.
Di corsa si ritorna nel rock con Pumping (My Heart), un inno (Iggy) Pop simile a The Passenger. Come lei stessa dice, la signora è nata per il rock'n'roll.
Segue Distant fingers, valzer rock sognante e nostalgico, messo proprio qui a ricucire le ferite del dolore. Un dolore che è onnipresente nell' opera di Patty Smith, che arriverà poi al suo zenith con le morti ravvicinate del marito Fred "Sonic" Smith, chitarra dei MotorCity5, e del fratello Todd.
Con Radio Ethiopia e Abyssinia si chiude il disco tornando allo stato sognante. Mugugni, vagiti e sghignazzi sotto un mantra free di timpani e chitarre sature e lamentose.


1. Ask the Angels - 3:07 - (P. Smith - I. Kral)
2. Ain't It Strange - 6:35 - (P. Smith - I. Kral)
3. Poppies - 7:05 - (P. Smith - R. Sohl)
4. Pissing in a River - 4:41 - (P. Smith - I. Kral)
5. Pumping (My Heart) - 3:20 - (P. Smith - I. Kral - Jay Dee Daugherty)
6. Distant Fingers - 4:17 - (P. Smith - A. Lanier)
7. Radio Ethiopia - 10:00 - (P. Smith - L. Kaye)
8. Abyssinia - 2:10 - (P. Smith - I. Kralison - R. Sohl)

* Patti Smith - Voce
* Lenny Kaye - Chitarra, Basso, Voce
* Jay Dee Daugherty - Batteria, Percussioni
* Ivan Kral - Chitarra, Basso
* Richard Sohl - Tastiere, sintetizzatori





mercoledì 25 novembre 2009

Jesse Colin Young - Soul of a city boy (One Way Records 1964)

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By leolips


Greenwich Village, New York, primi anni 60. A fianco di scrittori e cantanti di protesta, muovevano i loro primi passi anche romantici visionari meno impegnati. Uno di questi è Jesse Colin Young. Futuro membro fondatore degli Youngbloods, Jesse da alle stampe il suo
primo disco solista nel 1964, agli studi A&R di New York in soli 4 ore. Undici pezzi con solo chitarra e voce.
Suona in finger picking anticipando gli arpeggi acustici di Kaukonen e canta con voce di cristallo, pezzi blues e ballate folk.
La sua "Four in the morning", che riprenderà poi elettrica con i suoi Youngbloods, è uno splendido quadro folk presago della psichedelia che verrà.

Jesse Colin Young - Guitar and voice

Four In The Morning
You Gotta Fix It
Rye Whiskey
Whoa Baby
Susanne
Black-eyed Susan
Same Old Man
Drifter Blues
Talk To Me
Stranger Love
I Think I'll Take To Whiskey





domenica 22 novembre 2009

Wool - Wool (Delay Rec 1969)

Unico disco datato 1969 per questa band di New York capitanata da Ed Wood.
Le notizie sono davvero scarse..il sound meraviglioso.
Ci sono molte cover all' interno del disco. C'è "Love, Love, Love, Love" di Terry Knight e meglio interpretata poi dai Pacific Gas and Electric Co. C'è una orgogliosa versione del cavallo di battaglia di Janis "Combination Of The Two" e credetemi non è facile cimentarsi nel reportorio della Joplin considerata la sua statura. E c'è "Any Way That You Want Me" di Chip Taylor resa famosa dai Troggs e Melaine. Credo che gli altri siano pezzi loro..no no corrego, c'è pure "To Kingdome Come" della Band..
E' un disco che a me piace moltissimo. Pezzo favorito: la splendida soffice e intima "If They Left Us Alone Now".
Buon ascolto.



Line Up :
Ed Barrella (Bass) - Tom Haskell (Guitar) - Tom Haskell (Guitar (Rhythm) - Tom Haskell (Vocals) - Peter Lulis (Drums) - Claudia Wool (Percussion), (Vocals) - Ed Wool (Guitar), (Vocals)

Tracks:
01 - Love, Love, Love, Love, Love
02 - Combination Of The Two
03 - If They Left Us Alone Now
04 - To Kingdom Come
05 - I Don't Like You Anymore
06 - Any Way That You Want Me
07 - It Was Such A Lovely Night
08 - The Boy With The Green Eyes
09 - Funky Walk







venerdì 20 novembre 2009

Thee Hypnotics - Live'r than God (Situation Two 1989)

Se la vostra adolescenza è stata brutalmente scossa dal suono Stooges MC5 non potete esimervi dall' ascoltare l' esordio discografico dal vivo degli HYPNOTICS.
Live'r than god è del 1989 e documenta la ferocia sonora del gruppo londinese all' inizio della propria carriera . Con i tre dischi successivi il loro sound andrà gradualmente a ammorbidirsi. Pensate che all' epoca del loro ultimo disco "the very cristal speed machine", andai a vederli a Firenze, e finito il concerto io e i miei amici stavamo sempre aspettando che salissero sul palco THEE HYPNOTICS !
Ma veniamo al disco...
Londra, Powerhouse 27 luglio 1989.
Ladies and gentleman ....... THEE HYPNOTICS!!!
Si parte con "All night Long", riff killer di chitarra e un Jim Jones (cantante) fin da subito figlio dell' iguana. Il suono è denso e compatto, senza buchi..un wall of sound infernale.. Da paura. Siamo in pieno flusso Raw Power. Secondo pezzo "Lets get naked". Roy Hansen (chitarrista) chiama in causa i soldati Kramer e Smith mentre Jim Jones tra un isterico latrato e l' altro accenna frasi blues all' armonica. In questo pezzo ci sono gli MC5 con Iggy.Tutto il rhytm and blues di Rob Tyner con in braccio il fucile di Ron Ashton degli Stooges.
Terzo pezzo ."Revolution Stone" o mamma mia.. È una Starship che incontra Hendrix. Un credo disperato che viene da un mondo fatto di watt e spirito. Sono otto minuti di oscurità nella palude della nostra coscienza. Non c' è via di uscita, dice la voce cupa e truce di Jim.. Corde basse, e semplici accordi si estendono sopra una batteria ansimante. Ma si cresce sempre di più. Adesso c'è l' altro Jim, quello delle porte. Jim e Iggy insieme, ecco che cos' è Jones.
Revolution Stone è davvero un pezzo fantastico di hard rock psichedelico.
Quarto pezzo o primo del lato B se avete il vinile è Rock me baby di B.B. King a voler marcare la radice blues della band. La canzone di King è totalmente violentata. Rock me baby è la loro risposta a Louie Louie degli Stooges o a Tutti Frutti degli MC5.
Usciti dalla rivoluzione entriamo negli undici minuti di "Justice in Freedom", quinto ed ultimo pezzo , la loro personale " I want you right Now" . Si tratterà pure di gusti musicali ma per me non esiste rock più brutale di questo. Qui c' è il blues di Hendrix con note distorte, ma mai dissonanti. Ci sono gli ormoni in festa della malattia rock'n'roll dei 50 avvelenati però dalla generazione No Fun del 69. Si finisce in una bolgia infernale di feedback e urli primordiali, ed è l' apoteosi della deviazione sonica, il fedele ossequio al gorgo di piacere che risucchia e stordisce. Live 'r' than god è il legittimo figlio di kick out the jams degli MC5.
Il disco successivo Come Down Heavy mantiene l' impronta ma perde rabbia per aver troppo affinato il colpo..revolution stone la tramuteranno in una più accattivante doorsiana Riders on the storm con percussioni tendenti al Latin-rock e influssi Allman Brothers Band.

Thee Hypnotics are:
Jim jones vocals
Roy Hansen guitar
Will Pepper bass
Mark Thompson drums

1. All Night Long
2. Let's Get Naked
3. Revolution Stone
4. Rock me Baby
5. Justice in Freedom












martedì 17 novembre 2009

Robert Savage - The Adventures of Robert Savage, Volume 1 (Paramount 1971)

È incredibile che cosa può venir fuori dalle oscurità del rock americano!..
Di questo Robert Savage e il suo unico disco non si sà niente, ma propio niente.. addirittura sulla Bibbia di Vernon Joynson Fuzz Acid and Flower due righe striminzite che declamano solo un ipotetica influenza chitarristica con Hendrix...e scusate, chi tra i chitarristi virtuosi non è stato influenzato un pò da Jimi ?..cosi avare sono le informazioni su Robert Savage che spuntano i cartomanti del rock a suppore e articolare idee. In questo sito http://www.4waysite.com/contribute/main.htm dove si elencano i contributi di Crosby Stills Nash e Young appare una (in)probabile collaborazione di Savage con Nash nella scrittura di "Don't run and hide"....secondo me è una bufala.....bisognerebbe chiedere a Graham....qualcuno ha la sua mail ?
Ora parliamo del disco.
(Nota del 3 Gennaio 2010..altro che bufala..sono io l'incolto.."Don't Run and Hide" è il lato B del grande hit "Bus Stop"!!)
La copertina fuorviante presenta un disegno simil-fantasy di un drago attaccato da un minuscolo cavaliere..che sia Robert Savage?..quien sabe..., fatto sta' che mai scelta fù inappropriata. Il disegno che forse potrebbe essere andato d'accordo con un genere progressive mal si addice a questo power rock compatto e incisivo. La chitarra con i medi ' a palla' resta in primo piano e sforna riff al fulmicotone e cornicia con fioretti wah e scivolosi bicordi country. La batteria è spesso sincopa e sostenuta nel ritmo e le sue pelli sono dolcemente felpate nel suono, sabbiate forse ? Il basso non esegue scalate ma segue il Savage amalgamandosi al liquido bollente. Spunta nel primo pezzo una acutissima voce femminile (nemmeno citata nella line-up della band) che impressiona per potenza e rabbia incanalata. E rimbalzano spesso giri mono-honky-tonk di piano su sterzate southern di chitarra.
Insomma è un disco che spacca lo sentirete.
Una curiosità: sotto il titolo dell' album si trova la dicitura " volume 1"... dopo averlo
ascoltato spero che starete tutti come me aspettando il "volume 2" !

1 - Beaver Baby
2 - Milk Run
3 - Don't Run and Hide
4 - A Hard One
5 - Seven Days Drunk
6 - Save Us From the Cyclops
7 - Amy
8 - Lonely World
9 - Road Apples

Don Parish (vocais, bass) ; Robert Savage (vocais, guitar) ; Tommy Richards (drums)









lunedì 16 novembre 2009

Bo Diddley - Where It All Began (Chess 1972)

Passati gli anni gloriosi Elias Bates McDaniel, noto come Bo Diddley, torna in sella con questo brillante disco di hard-funk del 1972.
"Where It All Began" presenta in pieno la matrice Diddley ma contemporaneamente si avvicina a ritmi più soul-funk-psichedelici portati alla ribalta da gruppi come Sly and the Family Stone o Funkadelic.
Nel disco si trovano classici McDaniel sound con coretti femminili pronti ad invocare il nome del leader e spinti dal famoso chaka-chaka di chitarra. Ma spesso i suoni sono più riverberati degli hit dei 50 e il ritmo come dicevo scende verso l' ansiogeno dondolare funky.
Il pezzo che vale tutto il disco è "Bad Trip". Meraviglia ipnotica in bilico tra hard funk e rock psichedelico. Bo, uomo dai forti principi, esprime con questa canzone la sua totale disapprovazione alla droga.
A produrre il disco ci sono Pete Welding e Johnny Otis, quello di "The Johnny Otis Show". Otis suona la batteria anche in un pezzo.

Personel:

Bo Diddley-Guitar and vocal
Tom Thompson-guitar
Dave Archuletta-Organ
Terry Gottlieb-Bass ("Infatuation"-"A Good Thing")
Ed O'Donnell-Drums
Johnny Otis-Drums ("I've Had It Hard")
Shuggie Otis-Second guitar ("Take It All Off")




1. I've Had It Hard (Eugene McDaniel) - 3:13
2. Woman (K. McDaniel - Eugene McDaniel) - 3:06
3. Look At Grandma (K. McDaniel - Connie Redmond) - 3:31
4. A Good Thing (Oliver Sain) - 2:37
5. Bad Trip (K. McDaniel - Eugene McDaniel) - 6:00
6. Hey, Jerome (Eugene McDaniel - Connie Redmond) - 3:08
7. Infatuation (K. McDaniel - Connie Redmond) - 3:43
8. Take It All Off (Eva Darby) - 3:20
9. Bo Diddley-Itis (Eugene McDaniel) - 5:40






domenica 15 novembre 2009

Sonny Sharrock - Black Woman (Vortex 1969)

Avete presente "The Dark Side of Moon" dei Pink Floyd ?..Beh, questo disco non c' entra niente..ma i vocalizzi femminili che troviamo nel disco di Sonny Sharrock ad opera della moglie mi hanno ricordato quelli presenti nel disco dei Floyd. Naturalmente se tra i due collegamento c'è stato dobbiamo dare paternità al disco di Sharrock visto che è stato registrato nel 1969 mentre il lato oscuro della luna è del 1973. Ma questo pensiero è solo una mia elucubrazione deviata.
Sonny Sharrock è un chitarrista jazz americano anche se questa definizione, come potrete ascoltare, vi risulterà un pò stretta. Ha collaborato alle session di Miles Davis per il disco tributo a Jack Johnson duellando con il più conosciuto chitarrista John Mclaughin e affinato il suo stile suonando insieme al "coltreniano" Pharoah Sanders e al flautista Herbie Mann. È proprio dopo aver sentito John Coltrane nel meraviglioso "Kind of Blue" di Davis che Sharrock decide di suonare il sassofono, ma l'asma glielo impedisce, e Sharrock stesso dice di considerarsi "un sassofonista con uno strumento molto bizarro". Messe nel sacco le dipendenze al suono mistico di Trane prima e Sanders poi, il nostro Sharrock registra molte volte in studio con la moglie Linda. Una di queste è impressa nei solchi di questo disco.
Black woman racchiude due diverse session, la prima è dell' ottobre 1968 e la seconda avviene nel maggio 1969.
Nel disco oltre ai due coniugi ci sono Richard Pierce e Norris Jones al basso, Gary Sharrock alle percussioni e campane, Teddy Daniel alla tromba, Dave Burrell al piano, Milford Graves alla batteria e Al Abreu ai sassofoni. Il tutto prodotto dall' amico Herbie Mann per la Vortex Records.
Il canto di Linda è stato accomunato alle ostiche litanie di Yoko Ono, ma il substrato di partenza, che per la giapponese risulta essere la tradizione corale orientale antica e l' avanguardia più sfegatata, per la nostra signora Sharrock presenta unioni sanguigne verso il soul più emotivo ed il gospel sofferto del Delta. Ascoltare Black Woman è come sentire un disco di soul destrutturato ma sorretto da un flusso free di origine jazzistica.
Buon ascolto freaks!

1. Black Woman
2. Peanut
3. Bialero
4. Blind Willy
5. Portrait of Linda in Three Colors, All Black

Personnel: Wayne Henderson (trombone); Al Abreu (soprano & tenor saxophones);
Sonny Sharrock (guitar); Linda Sharrock (vocals); Ted Daniel (trumpet); Dave Burrell (piano); Norris Jones (bass instrument); Milford Graves (drums).

sabato 14 novembre 2009

Blue Mountain Eagle - Blue Mountain Eagle (Atlantic 1969)

Dopo la dipartita di Young e Stills i Buffalo Springfield continuano la loro corsa con il batterista Dewey Martin e i nuovi arrivati Randy Fuller al basso e David Price e Bob 'BJ' Jones alle chitarre. Si rinominano "New Buffalo" per non inciampare nell' attacco legale a
opera di Young e Stills. Dopo poco Martin viene sostituito dal nuovo batterista Don Poncher ma dopo poche session è proprio lui a sentenziare la fine dei New Buffalo con questa frase : "me ne sono andato dal gruppo perché era solo un cavallo morto.." . Lasciato dunque il capitolo Buffalo inizia l' avventura Blue Mountain Eagle.
Il gruppo incide tra agosto e dicembre 1969 il loro debutto con l' aiuto del produttore Bill Halverson (Crosby, Stills & Nash, Cream, The Grateful Dead) e per promuovere il disco suona di supporto a Hendrix ai Love ad Eric Burdon agli Spirit
di Randy California e ai Pink Floyd. Il successo economico mancato del disco e le troppe forti personalità presenti declamano la prematura fine della band. Alla sua uscita Fuller si giustificherà lasciando questa dichiarazione : " I'm a country boy at heart. I’m not into this new thing where everyone gets stoned on acid and is jumping around the stage like a bunch of freaks. "
Il disco che lasciano sono una manciata di canzoni ricolme di duelli chitarristici saturi di bellissimo fuzz-sound, ritmiche acid rock e armonie vocali di scuola californiana. Con colori polarizzati al rosso violaceo anche la copertina è un piccolo gioiello. Lo scatto eseguito da un giovane fotografo ritrae la band sopra una roccia all' interno di un parco di Los Angeles, il tutto sdoppiato con effetto specchio.
Secondo me è un disco stupendo, fatemi sapere che cosa ne pensate voi.

Joey Newman (vocals, lead guitar, keyboards)
Bob "B.J." Jones (lead guitar, vocals)
David Price (guitar, vocals)
Don Poncher (drums, vocals)
Randy Fuller (bass, guitar, vocals, 1969-70)
David L. Johnson (bass, 1970)

01.Love Is Here (04:25)
02.Yellow's Dream (02:48)
03.Feel Like A Bandit (03:05)
04.Troubles (03:08)
05.Loveless Lives (03:33)
06.No Regrets (04:12)
07.Winding Your String (02:56)
08.Sweet Mama (04:18)
09.Promise Of Love (03:03)
10.Trivial Sum (03:15)
11.Marianne (2:15)





venerdì 13 novembre 2009

Holger Czukay - Canaxis (Spoon 1969)

CANAXIS è un esperienza sonora, un quadro galleggiante dipinto da Holger Czukay (allievo di Stockhausen e futuro fondatore dei CAN) e dal tecnico Rolf Dammers. Se ascolterete questo disco non aspettatevi di sentire brani musicali. Trattasi di manipolazioni sonore, elettroniche, ma meglio dire elettrificate per non fraintendere con l' odierno digitale. Mi soffermo poco sulla struttura tecnica del disco perchè in rete abbondano scritti inerenti. Le composizioni sono due, "Boat-Woman-Song" e "Canaxis", in entrambe la base di partenza è una litania vocale vietnamita. Sopra un morbido tappeto di tastiere il canto viene fatto rimbalzare fino allo stordimento del complice ascoltatore. Si,complice, è qui che volevo arrivare. Vittima è l' ascoltatore curioso ma incapace di assorbire tutta l' opera. Per l' altro "CANAXIS" non è altro che uno specchio. Dietro il vetro l' occhio osserva e piano piano si estranea dalla realtà e osserva se stesso.
Eliminata la resistenza il vetro diventa specchio e scorrono così remissivi i propri sogni e le proprie realtà mentre canti al limite tra umano e alieno ci spingono a sincronizzarsi con l' eterno. L' opera di Czukay sbalordisce per il suo misticismo e l' infinita staticità del suono, emozionante nel presentare la divinità della vita stessa e velenosamente oppiacea nella sua cupezza ( antesignana del suono droning ).
Non esiste un luogo ideale per ascoltare "CANAXIS", è importante però scegliere il momento giusto per essere predisposti all' introspezione.

Nel disco dopo le due suite trovate anche il brano "Mellow Out", prima composizione datata 1960 di Cuzkay.

1. Boat Woman Song (17:32)
2. Canaxis (20:21)
3. Mellow Out (2:12)

Holger Czukay (Producer, Engineer, Remastering, bass, tapes, composer)

Rolf Dammers (Producer and Composer)






giovedì 12 novembre 2009

Relatively Clean Rivers - Relatively Clean Rivers (1975 Radioactive Rec)

Per chi ama i suoni west coast come me questo disco è pane per i suoi
denti.
Phil Pearlman è il guru della comune hippie, proveniente dal gruppo Beat of the Earth. In questo disco datato 1975 non c' è niente che non si sia già ascoltato nei vari Crosby-Kaukonen-Garcia. È solo un ulteriore canto del cigno, un altro manifesto di famiglie riunite nella e per la musica.
Difficile trovare ancora questi suoni negli anni successivi. I Relatively Clean Rivers sono musicisti bagnati dall' emozione di essere parte di un disegno di vita non ancora spento. Canyon, fattorie nel deserto, polvere e musica.
"Easy ride" potrebbe benissimo essere un outtake di American Beauty dei Dead, con riff stile "americana". E' un pezzo che si plasma bene davanti ad un lungo serpente di asfalto.
"Journey through the valley of O" è una ballata desertica, canto sussurato sopra un ipnotico giro di acustica e un finale di note acide per due chitarre elettriche.
"The persian caravan" e "A Thousand Years" percorrono la strada dei Kaleidoscope con banjo stregato dalle scale orientali.

Personnel:
*Phil Pearlman: guitar, bass, vocals, flute, harmonica and synthesizer
*Kurt Baker: guitar, vocals
*Dwight Morouse: drums, effects

Additional Accompaniment:
*Hank Quinn: drums on persian caravan
*John Alabaster: conga on persian caravan

Tracklist:
01. Easy ride
02. Journey through the valley of O
03. Babylon
04. Last flight to Eden
05. Prelude
06. Hello sunshine
07. They knew what to say
08. The persian caravan
09. A Thousand Years







mercoledì 11 novembre 2009

Strawbs - Just a Collection of Antiques and Curious ( A&M 1970 )

Come spesso mi accade anche questa volta mi sono innamorato di un pezzo...si tratta di un brano dal vivo degli Strawbs.

Gli Strawbs sono un gruppo inglese nato dalla amicizia creativa di Dave Cousins e Tony Hooper ( i due si conoscono all' università ). Partono come jug band per poi passare allo skiffle con composizioni bluegrass di derivazione americana. Nella loro prima formazione militano la cantante Sandy Danny, poi nei Fairport Convetion e Fotheringay, John paul jones dei Led Zeppelin, e il sempre e ovunque Nicky Hopkins pianista per Steve miller, Jefferson Airplane, Beatles, Kinks, Jeff Beck Group, QuickSilver messenger service, e via via..(incredibile eh questo Nicky! personaggio chiave del rock eppure sconosciuto ai più) ..Il loro omonimo esordio è datato 1969 ed è un piacevole quadretto di folk rock e antiche sonorità. Dal secondo album in poi arriva Rick Wakeman, futuro Yes.
Stop. Io non sono un gran fan del progressive e soprattutto di certi virtuosi lirismi ma qui, in questo disco il signor Wakeman suona l' hammond..e lo suona pure con il pedale wah ! argh! Ed io così, mi sono invaghito di "Where Is This Dream Of Your Youth"...è un pezzo davvero che mi strega..un ritmo trascinante con questo benedetto assolo!...




* Tony Visconti
* Producer, Mixing

* Richard Hudson
* Percussion, Conga, Cymbals, Vocals, Tambourine, Sitar

* John Ford
* Bass, Vocals

* Tony Hooper
* Guitar (Acoustic), Guitar, Vocals, Tambourine

* Rick Wakeman
* Organ, Piano, Cymbals, Harpsichord, Keyboards, Sitar, Tambourine, Vocals

* Dave Cousins
* Dulcimer, Guitar (Acoustic), Guitar, Guitar (Electric), Vocals


1. "Martin Luther King's Dream" (Dave Cousins) – 2:53
2. "The Antique Suite" (Cousins) – 12:12
"The Reaper"
"We Must Cross the River"
"Antiques and Curios"
"Hey It's Been a Long Time"
3. "Temperament of Mind" (Rick Wakeman) – 4:50
4. "Fingertips" (Cousins) – 6:14
5. "Song of a Sad Little Girl" (Cousins) – 5:28
6. "Where Is This Dream Of Your Youth" (Cousins) – 9:07
BONUS TRACKS
7. "The Vision Of The Lady Of The Lake" (Cousins) – 10:03
8. "We'll Meet Again Sometime" (Cousins) – 4:17
9. "Forever" (Cousins, Tony Hooper) – 3:32

L'album è una raccolta di canzoni estratte dalle loro esibizioni live del 1970.





domenica 8 novembre 2009

Organisation - Tone Float (RCA 1970)

Nella selva del mio albeggiare , morbido e sospeso. galoppa vicino il ritmo e mi raggiunge ruotandomi intorno. è lui che mi sta' scrutando e decide che ne sarà di me. si apre la prima porta e attraverso un corridoio di mani sopra morbide pelli di tamburi. è una delizia. e ormai sono dentro. giro e giro, rimbalzo e ondeggio. orbita perfetta. mi allontano a passi e batto i legnetti sullo steccato di ferro lasciando dietro qualcosa. ma no è sempre dietro di me e si sta' alzando sotto i miei piedi e dietro la nuca. mi lascio invadere dall' onda di crema sonora e si spande tutta dentro e dietro. navighiamo insieme lontani. docile si stacca la linea di basso e puntellano i cerchietti bronzati nella stanza. l' organo tesse. e tesse. poi si calma con ritmo armonico e più avanti sopra le pelli, un animale di fiato parla con le note. si alza in volo e dipinge. e dipinge. si sincronizza il tessitore e mescolano i colori delle frasi. liberi di impazzire dentro il proprio pensiero musicale mi inoltro dentro l' oscurità della fine.

Musica idustriale-Musica elettrificata-Musica psichedelica-Musica libera.
In una sola parola : MUSICA
Nel 1970, alle "porte del cosmo", l'embrione Kraftwerk incide questa perla.

1. Tone Float - 20:44
2. Milk Rock - 5:26
3. Silver Forest - 3:21
4. Rhythm Salad - 4:05
5. Noitasinagro - 7:42

* Ralf Hütter - organo Hammond
* Florian Schneider-Esleben - flauto traverso, campanelli, triangolo, tamburello, violino
* Basil Hammoudi - voce, glockenspiel, bongo, conga, gong
* Butch Hauf - basso, campanelli
* Alfred Mönicks - batteria, percussioni, bongo, maracas, campanelli, tamburello









sabato 7 novembre 2009

Krokodil - The Psychedelic Tapes (Second Battle Rec 1970-72)

Alla fine degli anni 60 al di là delle nostre Alpi c'è stato un gruppo incredibile completamente ignorato dalla critica internazionale. I Krokodil.
Partita da radici blues-rock la loro musica si evolve in una psichedelia raga con forte attenzione all' improvvisazione. Tra la loro esigua discografia ( 5 album ) ho scelto di recensire "The Psychedelic Tapes" che racchiude sia il lato in studio che quello live della band. Soprattutto dal vivo infatti la band dà il meglio di se. Ascoltatevi "Marzipan", riff tra il doom dei sabbath e l'incisività di un Page indemoniato, con un armonica al limiti dell' incredibile per precisione e stridente lamento. E lo stesso succede in "You're Still", altro brano catturato dal vivo dove il blues viene violentato da riff hard-rock suonati con energia e groove. Penso che gruppi come i Motorpsycho siano molto debitori al suono Krokodil.
Il pezzo più incredibile è "Odissey in Om", altra traccia live di 30 minuti in cui si assiste ad una partenza orientale con sitar e percussioni per poi sostare in un lago progressive di flauti e colori da cui parte un lamento blues dell' armonica che crescendo si congiunge ad un riff stile Detroit, che tra pause e riprese impregna l' odissea di dinamica potenza, è come sentire una "Black To Comm" più versatile e sfaccettata. L' unica pecca è la qualità sonora del pezzo ma vi assicuro che questo non preclude la percezione della potenza del brano.
Ecco i componenti della band e la track list del disco:

Walty Anselmo - guitar, vocals
Düde Dürst - drums
Hardy Hepp - vocals, piano, violin
Terry Stevens - bass, guitar, vocals
Mojo Weideli - harmonica, flute, percussion

1. The Creator Has a Master Plan - 1970 (9:22)
2. Stehaufmädchen Part 1 - 1970 (1:05)
3. Marzipan (Live) - 1972 (8:02)
4. Stehaufmädchen Part 2 - 1970 (1:04)
5. You're Still a Part of Me (Live) - 1972 (5:44)
6. Stehaufmädchen Part 3 - 1970 (1:06)
7. Odyssey in Om (Live) - 1972 (30:29)
8. Raga - 1971 (3:16)







giovedì 5 novembre 2009

The Blues Project - Projections (Verve 1967)

PRECURSORE.
È la parola migliore che mi ronza in testa per definire "Projections" dei Blues Project.
Si parla di un progetto blues, ma con dentro tutta la psichedelia a venire e il rock dilatato della costa ovest, con tappe folk ed episodi strumentali che strizzano l' occhio al jazz, con sarabande su di giri e barocche litanie di flauti.
Un pò di storia suvvia..
1966, New York e più precisamente al Greenwich Village. Danny Kalb e Steve Katz sono due 'musicisti' jug..stop. Apro parentesi. La musica jug è quella eseguita con strumenti autocostruiti e modificati o meglio adattati. L' asse per sgromare i panni ne è un esempio. Cucchiai, pettini con veline e principalmente botti o giare (da qui jug). Alla fine dei 50, primi 60, il genere viene rinominato skiffle. Con questa strumentazione e gli ormoni in festa partono i famosi ragazzi di Liverpool. Chiusa parentesi. Eravamo rimasti a Danny Kalb e Steve Katz. A questi due chitarristi si aggiungono Andy Kulberg, basso e flauto, e Roy Blumenfeld, batteria.
Ma la ciliegina deve ancora arrivare.Fresco fresco dalle session di registrazione con Dylan per il suo inarrivabile "Blonde on blonde" e complice-responsabile del cosidetto suono al Mercurio dell' album entra a far parte dei Blues Project l' organista Al Kooper. L' ensemble consuma il rodaggio nelle numerose serate dal vivo nei vari club e la loro prima uscita discografica, sempre del 1966 è un live al Cafè au Go-go. Il disco seguente è Projections.
Chi conosce il live adventure dei Ten years after non può non ricordare la stupenda versione che Alvin Lee e soci fanno di " I Can't Keep From Crying "..be', quel pezzo a sua volta originario del 1929 (Blind willie johnson) è stato ripreso dalla versione dei Blues Project. È un sex-machine psichedelico!..ascoltare per credere..."Steve's Song" è una folk song a tutti gli effetti, simile ai Buffalo Springfield. "You Can't Catch Me" è un anfetaminico boogie stile
Yardbirds, mentre "Two trains running" un blues di 11 minuti con atmosfere modello David Crosby visionario. Tumultuose danze orgiastiche stile Mc5 futuri si trovano in "Wake me shake me", naturalmente non aspettatevi di sentire i watt saturi e imponenti di Kramer e Smith, ma se scorrete la canzone sino al rallentato della fine, al suo conseguente ribollire con le voci che si rispondono, sembra di sentire Rob Tyner che urla ai suoi soldati di svegliarsi ! "Flute thing" è strumentale e jazzy con il flauto appunto in primo piano.
Come vedete i generi che si accavallano e si intrecciano nel disco sono molti e ci fanno intuire la bravura di ogni singolo elemento; ma il lato precursore del disco non risiede in questo, ma nella struttura dei pezzi, nella loro elastica dilatazione, generata sicuramente dalla complicità dei componenti e dalla loro esperienza dal vivo. Tutto scorre liscio e naturale e il felling è veramente 'High'. Questo è quello che sentiremo poi nel sound dei vari Dead-Jefferson-Quicksilver-Big Brother e altri con l' ondata psichedelica. Dopo questo disco Kooper lascia la band per formare i Blood Sweet and Tears con Katz mentre il marchio Blues Project viene rilevato da Kulberg e Blumenfeld che dopo poco si trasformeranno in Seatrain.
Negli anni a venire ci sono due reunion che porteranno altri due album dal vivo nel loro elenco discografico. Si tratta di dischi ben suonati ma assenti di quel feeling che ha reso unico "Projections".



martedì 3 novembre 2009

Wilkinson Tricycle (Date Records 1969)

Di questa band chiedo disperatamente notizie. Questo omonimo disco è l' unico che hanno registrato e guarda caso anche questo è del 1969. Inciso per la Date Records, sussidiaria della CBS. Nelle enciclopedie di loro non si parla e le informazioni che si recepiscono in rete sono davvero avare. Si sà che sono di Boston e che hanno fatto di spalla ai Velvet Underground proprio nella loro città Natale al Boston Tea Party il 13-15 marzo del 69.
Il pezzo che mi piace di più è " Antiques Locomotives " con quel suo 'Chaka-Chaka' di chitarra elettrica e il cantato lascivo e annebbiato. Qui si può parlare veramente di power trio alla Grandfunk Railroad primo periodo, senza cioè C. Frost alle tastiere.
Anche " I like your company " è un altro bel pezzone, basso e batteria suonano un ritmo che sostiene la chitarra in un anfetaminico riff boogie-funk che sfocia poi in un assolo alla Mike Bloomfield al fulmicotone,.. Uuh!
In questo pezzo le armonie vocali mi ricordano gli odierni Blonde Redhead, ma pensa
un pò..
Io li ho catalogati come psychedelic rock, ma ci sarebbe da discuterne..

Ecco la line-up :
David Mello: guitar
Richard Porter: Bass
Michael Clemens: Drums

Chissà che faranno stì ragazzi oggi...


lunedì 2 novembre 2009

Flower Travellin’ Band – Satori (Atlantic 1971)

Andiamo in Giappone. Paese orgoglioso e fiero di storia feudale,costretto all’ obbedienza verso gli Stati Uniti dopo le battaglie perse nella seconda guerra mondiale. Nell’ arte del rock come in altre arti i giapponesi hanno trovato ispirazione nella cultura anglo-sassone copiando più o meno le tendenze del momento. Nel periodo
Beatles-Stones-Who-Animals ad esempio in Giappone imperava il cosidetto “Group Sound”, una miriade di band che per estetica e scelta di repertorio erano la versione nipponica del mersey beat o del garage-punk americano. (tra questi gruppi voglio segnalare i “Golden Cups” con versioni incendiare di “Tobacco Road” e “Hey Joe”).
I Flower Travellin Band fanno parte invece della seconda fase del rock nipponico, quella nata appunto dalle ceneri del “Golden Sound”. E il disco che ho deciso di recensire è “Satori”, vero picco nella loro breve discografia.
Nei Flower suona il tessitore di mantra elettrici Hideki Ishima, un chitarrismo debitore al doom sabbathiano e zeppelliniano ma che fiorisce nello spirito delle scale indonesiane. Hideki suona la chitarra come fosse un sitar.
E lo stesso fa’ la voce del cantante Joe Yamanaka di cui Julian Cope nel suo “Japrocksampler” dice : ‘Joe era capace di urla che sembravano venire dalle viscere dell’ inferno’. Sentite appunto il secondo Satori del disco. Si, perchè per creare mistero all’ album e per debito alle discipline orientali (fissa di Hideki) il disco è stato suddiviso in 5 satori.
Il primo satori parte con l’ urlo primordiale di Joe per poi partire nel sabba infernale di una probabile iniziazione. Il canto di Joe mi ricorda molto i lirismi sperimentali di un altro giapponese, tal Damo Suzuki con i krauti Can.
Il secondo satori è il brano che preferisco. Siamo entrati veramente nell’ alcova dei druidi, un ritmo circolare dei tom di George Wada prepara il terreno al più ipnotico assolo di chitarra di Hideki; e qui l’ Indonesia sovrasta l’ occidente.
Dopo il mantra di Satori 2 la tempesta sembra placarsi..una leggera nebbia avanza nelle valli adesso silenziose. Ma la tregua è solo momentanea. Con incedere lento e minaccioso ecco scendere dalle vette macigni di lava infuocata che oscurano le luci del giorno.
Sartori 4 è schizofrenica con un intermezzo di classico blues ( forse anche un pò troppo classico ) e non capisco bene dove vuole arrivare.
Si finisce con Sartori 5, riff alla Tony Iommi su vocalizzi afro di Joe che salutano i prigionieri dileguanti della suite diabolica.
Alla produzione c’è Yuya Uchida uomo onnipresente nel panorama musicale dell’ isola e il signor Ikuzo Orita della Atlantic Records Giapponese. Senza il loro prezioso aiuto la band non avrebbe avuto visibilità.
Il sound dei Flower Travellin Band è molto debitore a quello dei Black Sabbath. Nel loro linguaggio musicale non vi sono le libertà della west coast americana ma ordinate marce infernali tanto care poi al metal più doom. Siamo pienamente nell’ hard rock ma con un fortissimo influsso orientale. Un disco impenetrabile e apocalittico
da un paese così poco conosciuto da noi europei.




Bodine (MGM 1969)

Rimanendo in California ecco un’ altra band durata solo l’arco di un debutto discografico, i “Bodine”
Suonano dal 1968 e i componenti provengono da varie parti degli Stati Uniti.
Steve Lalor chitarra e voce, Kerry Magness, al basso e voce, e Jon Keliehor alla batteria, tutti e tre da Seattle, mentre il tastierista David Brooks da Berkeley ed Eric Carl voce e chitarra da New York.
Nel 1969 si spostano a Los Angeles, e qui registrano sotto produzione di Bill Cowsill per la MGM. Questo Bill Cowsill credo sia lo stesso che suonava nei Cowsills, gruppo del 1967 prodotto da Artie Kornfeld l’altro ideatore insieme a Michael Lang di Woodstock…ma di lui non sò una cippa..
Fine 1969 la band si scioglie.
In questo unico disco si sente molto l’influsso Rockin dell’ america del sud grazie a certi riff di chitarra, ma il cantato spesso vira all’ ostentare del soul, per questo sentire “Take it Back” . In pezzi come “Statues of Clay ” la malattia Beatles invade anche i nostri. Ma ci sono anche dei grezzi Boogie, “Long Way just to go Home”.
Il pezzo forte del disco comunque è il pezzo “Disaster”…anzi a dirla tutta se non fosse per questo manco l’avrei recensito..Un ritmo incalzante di batteria sopra una linea distorta di organo con una voce ballerina tra parlato e cantato..sembra che i Kings of Leon abbiano preso tutto da questa song!

Man – Revelation (Pye Records 1969)

Gruppo inglese nato dalle ceneri dei Bystanderd con l’ aggiunta di
Deke Leonard come chitarrista. Il loro primo disco è un incrocio tra
atmosfere psichedeliche e rigore progressivo. Clive John suona l’
organo, Mike Jones la chitarra solista mentre Deke Leonard la ritmica,
tutti e tre si alternano alla voce, anche se il vocalist principale
credo sia Leonard. Jeff Jones ai tamburi e Ray Williams al basso.
Altro disco anche questo del 1969 registrato a Londra nei Pye Studios
da John Schroeder. Nelle note del disco c’è anche un certo Malcolm
Eade ai Sound Effects che sicuramente ha un ruolo fondamentale nel
risultato finale.
Di questo disco a parte la censura del pezzo ” Erotica ” ( di 30 anni
anticipatore rispetto a quello di Madonna ) non sò molto. Dopo questo
i Man ne incideranno un altro sempre nel 1969 ” 2 Ozs of Plastic with
a hole in the middle ” per poi virare ad un hard rock più regolare
negli anni 70. Viste le affinità con certe sonorità della west coast
nel 1975 appare John Cipollina, leggendario chitarrista dei
Quicksilver Messenger Service, nel disco Maximum Darkness, ma rispetto
all’ esordio sembra di ascoltare un’ altra band.
Sentite ” Don’t Just Stand There ( Come in out of the rain ) ” che
ventosa cavalcata sopra i dirupi della costa inglese, o il boogie di
” Sudden Life ” che sfocia nel maelstrom elettrico tipico dei Litter
di ” Distorsions “. Sono pezzi creativi figli della stagione dell’ oro
del rock. ” In the beginning ” apre e chiude il disco e visto che il
1969 è l’ anno di Neil Armstrong e il suo Apollo sulla luna, nel
finale possiamo sentire proprio la voce dell’ astronauta ( N.d A. Per
i lettori Pisani …e pensare che i Lips lo hanno fatto in Space Car
ignorando la storia discografica! )



Skip James – The Complete Early Recordings (1931 – Released Label Yazoo 1994)




Il diavolo spesso cammina a fianco dei musicisti rock. Sostiene e
Accarezza oppure Ammala e Avvelena.
Prima di transitare dalle lussuose suite di artisti come Jimi Hendrix
o Jimmy Page, il diavolo passeggia nel Delta. Qui dentro le acque del
fiume (immenso) Mississippi soffia il malvagio del nostro creando
inondazioni devastanti a cadenza decennale. Le acque inquinate di
siffato spirito malvagio bagnano le anime di poveri Neri costretti da
signori Bianchi a durissimo lavoro. Nei campi di cotone, nella
costruzione di ponti, di dighe o nella migliore delle ipotesi servi
dentro le fattorie dei padroni. Nessun gospel ,inno a sfondo
religioso, nessun “holy rollers” che vuol dire più o meno “santi
rotolanti”, dove roll significa agitarsi freneticamente, placa il
sinistro terrore generato dal diavolo nelle anime del popolo nero. Per
non impazzire e per non perdere l’ orgoglio che rende l’ uomo diverso
dalla bestia, il lavoratore dei campi decide di prendere a braccetto
il diavolo e camminando fianco a fianco inizia a parlare con lui. Il
diavolo si prende l’ anima dell’ uomo e in cambio regala talento.
Un talento intriso di diaboliche e tormentate visioni.
Questa è la storia mescolata a leggenda di tanti bluesman. Il più
vicino a questo scenario, forse insieme a Robert Johnson, è Skip James.
Nehemiah Curtis “Skip” James nasce a Betonia nel Mississippi verso il
1902-1903. Figlio di un pastore, riesce a prendere un diploma alla
Yazoo ( evento straordinario per un nero) e effettua lavori vari tra
cui operaio nella costruzione di dighe ( da questa esperienza proviene
la canzone “Illinois Blues” ) ,coltivatore e poi contrabbandiere di
liquore.
La passione per la musica è immediata, impara subito a suonare l’
organo della chiesa, ma a causa del suo carattere schivo e orgoglioso
non sappiamo chi è stato il suo ispiratore. Quando negli anni 60 è
stato riscoperto da John Fahey ha ammesso di non aver avuto influenze
anche perchè il suo stile chitarristico è unico al mondo. Ed in
effetti è proprio così. Un finger-picking eccezionale mischiato ad
una voce in falsetto tutt’ altro che angelica.
La sua accordatura è in RE aperto (re-la-re-fa-la-re).
Ascoltato da un talent-scout in cerca di bluesman al sud vince un
viaggio verso gli studi della Paramount Records e a Febbraio 1931
incide i suoi pezzi formidabili :“Devil got my woman”, “I’m So
Glad”, “Hard Time Killin’ Floor Blues”, “Cypress Grove
Blues”, “22-20 Blues” e molti altri.
Suona e canta con chitarra e con il piano.
Per le registrazioni riceve 40 dollari e una percentuale sulle vendite
che mai porterà denaro nelle sue tasche. Poco importa, per Skip la
soddisfazione è enorme.
Tutto però finisce quà. Non si sentirà parlare di lui sino alla
riscoperta da parte di john Fahey negli anni 60 che lo porterà al
Newport festival dove suonerà da Dio.. Anzi da Diavolo.
A suo dire in questo intervallo di tempo non aveva mai ripreso la
chitarra in mano!
In questo periodo gli viene diagnosticato un cancro, e grazie ai
provenenti derivanti dalle royality ricevute per la cover da parte dei
Cream di “I’m so glad” riesce a vivere per altri 3 anni e registrare
di nuovo i suoi pezzi. E stavolta la qualità è notevolmente superiore
a quella delle registrazioni di 30 anni prima.

Fraternity of Man (ABC Records 1969) USA



Non sò voi, ma io dei Fraternity of Man conoscevo solo il pezzo “Don’t Bogart Me” nella colonna sonora di Easy Rider. Pezzo goliardico e intrigante ma solo con questo ignoravo le vere capacità dell’ ensemble di Los Angeles. Capitato per caso il disco d’ esordio tra le mani sono rimasto basito!..Qui dentro c’è di tutto, dal boogie psichedelico di “In the Morning” all’impeccabile country di “Last call for Alcohol”, dalla suite dilatata di “Oh No, I Don’t Believe” (pezzo di Zappa) al lento rockabilly ’strappa mutandine’ di “Stop Me Citate Me”, per rifinire al magistrale uso di sitar in “Candy Striped Loin’s Tails”. E’ un gruppo capace di stupire per la grande versatilità.

Certo tutto questo è servito a poco, visto che a parte la presenza nella colonna sonora del film cult del nuovo cinema Hollywoodiano di loro non si parla manco nelle enciclopedie più dettagliate (L’unica che lo riporta è la collana “Fuzz Acid and Flowers” nel settore dedicato a “American Garage, Psychedelic & Hippie Rock 1964-1975″ – collana mai tradotta nel nostro idioma..azz..). Oggi per chi fà musica è molto difficile avere visibilità senza delle persone in gamba e una buona etichetta dietro, figuriamoci nelgi anni 60 dove esisteva solo la radio come mezzo principale e qualche trasmissione alla tv dove venivano invitati solo i big. Qui però a produrre il primo disco c’è Tom Wilson , che non è un perfetto sconosciuto, ha prodotto niente po’ po’ di meno che Bob Dylan, Frank Zappa and The Mothers of Invention, Simon & Garfunkel i Velvet Underground, Sun Ra, Cecil Taylor, Eric Burdon e via via..insomma chissà perchè di questi Fraternity of Man non se ne ricorda nessuno.

Nella Line-up della band ci sono :
ELLIOT INGBER come prima chitarra che ha suonato nella prima versione dei Mothers di Zappa e partecipato alle registrazioni di “Freak Out” primo disco della band
RICHARD HAYWARD batterista e seconda voce
MARTIN KIBBEE al basso proveniente dal gruppo “The Factory” band del 1967 di Los Angeles (hanno inciso solo due 45 giri nel 1967 e un album nel 1993)
WARREN KLEIN seconda chitarra proveniente anche lui dal gruppo “The Factory”
LARRY WAGNER prima voce e chitarra

Per ultimo voglio sottolineare la bellezza della copertina che a me ricorda tanto l’ entourage di Manson nel desetro con la sua Family e le splendide immagini di Zabriskie Point di Antonioni..nel retro copertina guarda caso c’è scritto “Welcome Sons of Desert”

Skip Spence – OAR (Columbia 1969)


Ve ne renderete conto con tutti i dischi che commenterò.. il 1969 è un anno di uscite discografiche incredibili. Alcune trascurate all’epoca, ma rivalutate poi nel corso degli anni a venire. Proprio una di queste è OAR il disco solista di Skip Spence.

Skip Spence nasce in Canada ed è batterista nel primo disco dei Jefferson Airplane per poi approdare nei Moby Grape come chitarrista, nel 1968 lascia il gruppo e alla fine dell’anno, fortemente ispirato incide OAR.

E’ un disco di ballate psichedeliche con radici folk e country, ineguagliabile per intensità e creatività nelle composizioni. Proprio per questo disco Skip è appellato il “Syd Barrett di San Francisco”. La sua voce calda e alienata trascina l’ascoltatore dentro visioni dilatate e distorte. Forse è uno dei pochi dischi che possiamo definire vero Acid Folk.

Si dice di lui che è stato un personaggio abbastanza tormentato, dedito alle droghe (non solo quelle psichedeliche) e instabile di umore; proprio prima di incidere questo disco era reduce da un soggiorno di 6 mesi presso l’ ospedale di Bellevue a New York.

Il disco è stato inciso per la maggior parte con un registratore a 3 piste..incredibile vero?..eppure se si pensa che anche i baronetti incisero Sgt Pepper’s con un misero 4 traccie…ebbè quando ci sono le idee l’ abbondanza non serve..

Il nostro muore nel 1999 nel quasi completo anonimato.

P.S. Io per i testi in inglese non è che me la cavo molto bene..o meglio visto che a scuola ho fatto francese (scelta inopportuna visti i miei interessi) mi ci vuole un pò troppo per capire e tradurre, così se qualche anima pia mosso da compassione e curiosità volesse implementare…





Plain Jane - Plain Jane (1969)





Questo gruppo originario di Alburquerque, New Mexico, è un quartetto di country rock psichedelico che io apprezzo molto.

Unico disco per loro, datato 1969. L’album è molto soft con venature sognanti e i suoni sono fantastici. Il mio pezzo preferito è Not the Same, batteria riverberata sopra un tappeto di organo e accordi elettrici. Le voci poi sono in perfetto unisono e la scuola west coast è fortemente presente.

Il produttore del disco è Les Brown..e credo suoni anche la batteria in questo disco.

Chi ne sà di più per favore mi illumini..

Questa la line-up :

Barry Ray (guitar-vocals), Don Gleicher (guitar-vocals), David Schoenfeld (drums), and Jerry Shoenfeld (bass-piano-vocals)