lunedì 2 novembre 2009

Flower Travellin’ Band – Satori (Atlantic 1971)

Andiamo in Giappone. Paese orgoglioso e fiero di storia feudale,costretto all’ obbedienza verso gli Stati Uniti dopo le battaglie perse nella seconda guerra mondiale. Nell’ arte del rock come in altre arti i giapponesi hanno trovato ispirazione nella cultura anglo-sassone copiando più o meno le tendenze del momento. Nel periodo
Beatles-Stones-Who-Animals ad esempio in Giappone imperava il cosidetto “Group Sound”, una miriade di band che per estetica e scelta di repertorio erano la versione nipponica del mersey beat o del garage-punk americano. (tra questi gruppi voglio segnalare i “Golden Cups” con versioni incendiare di “Tobacco Road” e “Hey Joe”).
I Flower Travellin Band fanno parte invece della seconda fase del rock nipponico, quella nata appunto dalle ceneri del “Golden Sound”. E il disco che ho deciso di recensire è “Satori”, vero picco nella loro breve discografia.
Nei Flower suona il tessitore di mantra elettrici Hideki Ishima, un chitarrismo debitore al doom sabbathiano e zeppelliniano ma che fiorisce nello spirito delle scale indonesiane. Hideki suona la chitarra come fosse un sitar.
E lo stesso fa’ la voce del cantante Joe Yamanaka di cui Julian Cope nel suo “Japrocksampler” dice : ‘Joe era capace di urla che sembravano venire dalle viscere dell’ inferno’. Sentite appunto il secondo Satori del disco. Si, perchè per creare mistero all’ album e per debito alle discipline orientali (fissa di Hideki) il disco è stato suddiviso in 5 satori.
Il primo satori parte con l’ urlo primordiale di Joe per poi partire nel sabba infernale di una probabile iniziazione. Il canto di Joe mi ricorda molto i lirismi sperimentali di un altro giapponese, tal Damo Suzuki con i krauti Can.
Il secondo satori è il brano che preferisco. Siamo entrati veramente nell’ alcova dei druidi, un ritmo circolare dei tom di George Wada prepara il terreno al più ipnotico assolo di chitarra di Hideki; e qui l’ Indonesia sovrasta l’ occidente.
Dopo il mantra di Satori 2 la tempesta sembra placarsi..una leggera nebbia avanza nelle valli adesso silenziose. Ma la tregua è solo momentanea. Con incedere lento e minaccioso ecco scendere dalle vette macigni di lava infuocata che oscurano le luci del giorno.
Sartori 4 è schizofrenica con un intermezzo di classico blues ( forse anche un pò troppo classico ) e non capisco bene dove vuole arrivare.
Si finisce con Sartori 5, riff alla Tony Iommi su vocalizzi afro di Joe che salutano i prigionieri dileguanti della suite diabolica.
Alla produzione c’è Yuya Uchida uomo onnipresente nel panorama musicale dell’ isola e il signor Ikuzo Orita della Atlantic Records Giapponese. Senza il loro prezioso aiuto la band non avrebbe avuto visibilità.
Il sound dei Flower Travellin Band è molto debitore a quello dei Black Sabbath. Nel loro linguaggio musicale non vi sono le libertà della west coast americana ma ordinate marce infernali tanto care poi al metal più doom. Siamo pienamente nell’ hard rock ma con un fortissimo influsso orientale. Un disco impenetrabile e apocalittico
da un paese così poco conosciuto da noi europei.




2 commenti:

paoletta ha detto...

Incredibili questi!!! Pensare che i giapponesi non mi erano mai sembrati un popolo interessante...

leolips ha detto...

Pensa che suonano tutt'ora..se vai su youtube trovi i filmati dei loro concerti...stì JAP!